Recensioni accurate n.2. “After dark” di Haruki Murakami
gennaio 5, 2009
Il suo odore è buonissimo.
Vostra Betty Carbuncle.
gennaio 5, 2009
Il suo odore è buonissimo.
Vostra Betty Carbuncle.
gennaio 4, 2009
Mi ha fatto abbastanza schifo.
Vostra Betty Carbuncle.
dicembre 25, 2008
Ma mi spiegate chi CAZZO è quel pezzo di genio che ha ideato la pubblicità del passato di verdure “Verdurì” della Orogel?!? Perché io devo capire. DEVO VERAMENTE CAPIRE. Perché dietro a una busta gialla sole tutta allegra di sanissimo e coloratissimo minestrone surgelato ipervitaminizzato che dovrebbe ispirare gioia a tutte quelle mamme che tentano di far mangiare ai loro pargoli le buone verdurine tutte contente di essere incubettate e triturate… poi come musichina di sottofondo ci mettono un inquietante ibrido tra la morte di tristano nelle braccia di isotta e la colonna sonora del prossimo film di Dario Argento. Qualcuno abbia la pietà di accennarmi qualche innovativa operazione di marketing masochistico e/o esoteriche spiegazioni perché non mi posso suicidare fino a quando non avrò in mano un’ipotesi credibile ed è un bel problema visto che vorrei farlo in fretta e indolore. Grazie.
dicembre 16, 2008
C’è un motivo per cui non riesco a connettermi più. Sono pericolosamente depressa, anzi, ho avuto degli attacchi psicotici. Le allucinazioni si foclizzano sulla morte lenta e dolorosa di “pet society” delle piante verdi. Stelo dopo stelo, morivano tutte e io non potevo farci nulla per salvarle. Visioni cacofoniche e catastrofiche. Ho dato per scontato la stabilità in certi momenti. Che non mi sarei uccisa saltando dal quinto piano di un edificio vicino. Che non mi sarei data per una volta ventiquattrore di vita. Alla fine il sonnifero fa effetto, qualunque esso sia, non è che mi metto a selezionare, basta che sia una botta in testa. Pur essendo io un’abile conversatrice dialettica, intuivo che con lui non esisteva la minima possibilità di avere la meglio a parole, di raggirare i suoi pensieri e portarli inevitabilmente verso la mia parte. Se non riesco a sentire, se non riesco a muovermi, se col ricatto riesco a mandare mia madre a comprarmi alcool e droga, se non riesco a pensare, e se non mi importa nulla di nulla (seppure non del tutto vero) come posso essere morbosa riguardo ad una possibile felicità. Non ho futuro. E’ appurato, in che cazzo credo? Davvero sono così idiota e anni 70 da credere all’amore? Ma che cazzata, devo togliermelo di testa. Sono terrorizzate da un eventuale ricovero in ospedale psichiatrico, di essere lontana dai miei carnefici, dai miei nemici, dai miei amici, dalle persone che adoro anche se non riesco a farmi capire e capisco coloro che non mi capiscono. Tutta me è furiosa e sanguinaria, non posso più condividere la mente. E’ un suicidio conservatore e in parte altruista. La depressione suicida, quando ti avvolge, non tiene conto di nessuno, neanche di chi ami e stimi e veneri. Sfracellarmi è un affare mio fino in fondo.
novembre 27, 2008
…..o guardare La Talpa.
Non c’è pasticca o goccia che possa aiutarmi a risolvere il problema di non voler prendere le pasticche o le gocce. Mi sento stupida.
Non c’è strigliata al mondo che mi aiuti a sopportare le strigliate e a trarne insegnamento. Mai. Non c’è psicoterapia che mi aiuti a risolvere il problema che io in psicoterapia non ci voglio stare. Dico stronzate. Me le invento. Non voglio parlare di me, è un dialogo unico tra uno sconosciuto impostato e programmato ad avere un altro sé di psicoterapeuta, per altro un dialogo paradossalmente sorprendente e profondissimo, con un’altra me fittizia che spara stronzate, chiamato psicoterapia.
Cazzo ho scritto due righe. Ma non a buon fine. Sprecate. Chi vince la talpa??…
novembre 17, 2008
Quando mi passano le crisi furiose, quando sono profondamente depressa, ho un ottimo motivo per esserlo ancora di più. E’ da un po’ di tempo ormai che mi sono resa conto di non essere come gli altri, ma c’è un momento particolare e fulminante in cui capisco esattamente di essere pazza. I pensieri si susseguono con tale rapidità che a metà di una frase dimentico l’inizio. Frammenti di idee, di immagini e di frasi malleate e distorte dall’alcool e dall’alcover mi roteano nella testa leggera, rossa e bruciante di febbre estemporanea come le pantere delle giungla per poi liquefarsi al sapore di ciliegia dello sciroppo, per calmare il raptus di aver fatto la cosa sbagliata, di aver associato due cose sbagliate, due cose incompatibili, tutto si trasforma in pozzanghere prive di senso, sul letto, nell’angolo (*). Niente di ciò che una volta mi era familiare lo è più. Voglio disperatamente rallentare con la mente e accelerare con la mobilità fisica, invece della paralisi, io che ce le ho le gambe e non le so usare. Le mie allucinazioni durante la terapia con l’alcover si focalizzano per lo più sulla morte lenta e dolorosa delle piante verdi, pianta dopo pianta, stelo dopo stelo, foglia dopo foglia muoiono tutte e io non posso fare nulla per salvarle quindi mi accodo a loro nella lenta putrescenza. Verrà il mio turno. Le loro grida sono cacofoniche, quanto la mia che vuole passare avanti e urlare più forte, al di sopra di tutte.
*Ringraziamenti: Sottofondo: Il notturno Op.48 no.1 in C Minor di F.Chopin.
novembre 11, 2008
Quando la prima volta sono entrata in psichiatria, credevo fosse uno scherzo. Una parte di me si protendeva d’istinto e stranamente comprendeva la sofferenza di tutti quei “matti” di cui a breve, firmate alcune carte e riempite alcune cartelle, avrei fatto parte anch’io, e per sempre. Non immaginavo ancora che un giorno nello specchio di casa nei rari giorni in cui mi avventavo a specchiarmi avrei visto la stessa tristezza e la stessa follia nei miei occhi di quegli estranei fuori di testa. Mio padre parlava a breve distanza di come la fisica, la matematica e la filosofia fossero, ciascuna a suo modo, amanti gelose che esigevano passione e attenzione assolute. E che io avevo fallito in tutte. E che lui aveva eccelso in tutte, pur fallendo nella vita. Mia sorella ha lasciato una grande falla nella mia vita e dimostrato un grande egoismo seppur quando accenno a parlarne mi tappano la bocca come a una bambina pretenziosa: LEI l’ha fatto per salvarsi, NON AVEVA IL DOVERE di rimanere a sopravvivere insieme. Vero. Perché non riesco a perdonarla, allora? Mi ha lasciato sola con i mostri. Lei era grande. Io ero piccola. E’ stupido rivangare il passato ma quando non si ha altro nelle mani….quando non si vive il presente né tantomeno si pensa al futuro, è una gran dote di Dio riuscire a dare le colpe a qualcuno. Io l’ho data alla persona che ne aveva meno di tutte, di colpe. Era più facile e meno spaventoso. Non avrei ricevuto punizioni per questo. Vomitando e bevendo la mia mente inizialmente mi sembrava limpida, e libera. Favolosamente acuta e in grado di compiere d’intuito ragionamenti all’universo imprescindibili che fino ad allora mi erano sfuggiti. E poi sfugge tutto, il concreto, sfugge la bulimia, l’anoressia, la bulimia, l’alcool, le pasticche, le anfetamine, i ragionamenti non tornano più, sdraiata 20 ore al giorno su un letto priva di forze e in crisi glicemica sommata a coma etilico. Tutto è bellissimo! mi trovo a dire un giorno. Voglio essere una scrittrice e una lettrice! Ma leggevo e rileggevo lo stesso passaggio e mi rendevo conto di non ricordare nulla di ciò che avevo appena letto. Niente aveva e ha più senso. la vita è breve e priva di significato, quindi ogni cinque minuti mi chiedo perché andare verso sofferenze ogni giorno maggiori, cosa si vince? la morte. Wow. Meglio crepare subito e risparmiarsi la sofferenza dell’attesa. Dopo un periodo di 30 giorni di astinenza ho ricominciato da una settimana, prima di uscire al mattino per andare al SERT dove racconterò le mie intrepide cazzate da vera attrice, allungo il caffé nero con la vodka, e non faccio che pensare a uccidermi. Mi lascio andare alla sensualità di una giovinezza che ho ormai perso e che intrappolandomi nel passato cerca di liberarmene inutilmente, senza risultati efficienti. Non sono seducente. Non sono neanche accondiscendente. Cosa credo di ottenere? Eppure… ogni volta mi piace. Scopare, mandare a fanculo, fare la scenata, mi appartiene, ne soffro e ne godo allo stesso tempo. Tutto è in eccesso, invece di ascoltarmi una sinfonia di beethoven ne ascolto nove, di seguito, finché crollo, sul pavimento freddo, facendo avanti e indietro tra la terra e il bagno, invece di iscrivermi a un corso mi iscrivo a sette, non presentandomi a nessuno. Ero abituata a considerare la mente la mia migliore ed unica amica, a condurre conversazioni interminabili tra me e me, ero esausta e al mattino non riuscivo ad alzarmi dal letto. per andare in qualsiasi posto impiegavo il triplo del tempo che sarebbe servito a una persona normale, indossavo sempre gli stessi vestiti, perché decidere cosa mettermi sarebbe stato uno sforzo troppo grande. Avevo il terrore di dover parlare con gli altri e se mi era impossibile evitarlo dovevo fare in modo di imbottirmi di vodka o bacardi o birra altamente alcolica per affrontare lo spaventoso evento. L’unico pensiero fisso: la morte. Come fare. In che modo. Quando e come. (continua….minchia se continua….)
-Non rispondo più al telefono all’improvviso, faccio lunghissime ed interminabili oltre che interminate docce calde nella vana speranza di riuscire in qualche modo a afuggire alla sporcizia interiore, alla tetraggine. Sono profondamente grata alla tolleranza intellettuale di molti di voi che mi conferiscono una sfumatura “positiva” e “creativa” anziché patologica. Ma temo di dover ringraziare (anche e forse più) anche coloro che mi spronano ad adagiarmi sulla mia maledizione.
Non vado più all’università. E’ difficile stare ferma a lungo se non dormendo, e comunque mi sembra sfacciatamente di imparare di più per conto mio, superba e nello stesso tempo superbamente stupida come sono. I miei capelli, come il mio umore, vanno su e giù, per un po’ rimangono lunghi, poi, in preda alla famosissima sindoreme “sono-un-mostro-sembro-una-scimmia-sono-obesa-i-capelli-pesano-devo-essere-brutta-per-avere-la-conferma-altrui-di-ciò” me li taglio cortissimi genere fatina punk pensando che il cambiamento radicale mi sia d’aiuto. E non lo è mai. Ci casco sempre.
Mi chiedo quale sia il mio vero io, quello indomico, impulsivo e caotico, carico di energia distruttiva e pazzo? O quello timido, ritratto, disperato, destinato a morire stanco e pieno di rimpianti per non aver inscenato abbastanza e urlato bizzoso i suoi suoi bimbi desideri?
Sono spesso ricoverata in ospedale. Il 2007 è stato un anno pazzesco e la mia agenda era fitta-fitta di 118, ambulanze,sale d’attesa, coma etilici, tentati suicidii, carbone vegetale, lavande gastriche e sondini di glucosio e nutrizione artificiale. Il 2008 anche, in parte…. (continua….minchia se continua….)