Cronache marzia-li- (Afterhours 13/5)




Cerco di dormire tutto il giorno in attesa del concerto, non riesco per cinque minuti. Penso a dove mettere le spille. A come truccarmi da piccola iena per per innegabilmente uscire con gli occhi rossi spiritati comunque nelle foto. Mi passano a prendere alle 7.20 spaccate, ancora non mi ero fatta le ciglia nere, né sbavata abbastanza il rossetto da semrare tossica quanto sono. Assaggio pezzi di brani e imparo parole e testi lungo la coda sul lungarno. Conosco “è solo febbre” a memoria, ma quella è facile. Tutti gli uomini del presidente la perfeziono. Arriviamo con 800 minuti di anticipo, ne becchiamo due prima di cenare, allo stand delle magliette, foto subito, volevo anch’io la maglietta della iena. Niente soldi. Niente birra. Solo una lattina verde consentita dalla matrona di casa, a 24 anni quasi suonati. Dico a tutti, fate come se non eistessi, e mi metto a chiedere ai primi malcapitati, ehi mi offri una birra i miei amici mi hanno sequestrato i soldi, vari tentativi inutili di rubare birre appoggiatre ai tavolini, arriva Eliday, niente da fare, arriva Plett, niente da fare, sento dietro di me gli occhi snervati e ossessivi del ricciolo, comincio a dare il via agli sconosciuti, becco uno sfigato veterinario che studia a Pisa, gli dico faccio lettere, sono alcolizzata, offrimi una birra. “Te la offro solo perché sono un alcolizzato anch’io. Ci vuole mezza dose di vodka per infilare un intera mano nel culo di un cavallo e palpargli l’intestino.” Ok. Seconda birra. Saluto cordialmente e mi dileguo. Terza birra, dicendo che era la seconda, da un tizio che sparisce quando arriva il meglio. Raggiungo la combriccola, arriva mia sorella. Sorella, mi offri una birra? “Non ho soldi. E ho una maglietta gialla. Non ti sembra già abbastanza?“. Quando ti vedo ripenso a quanto avrei voluto una sorella mentre sbarello e fischio al preview del concerto dello sfigato di turno. Filo in bagno, mi tolgo con una sola passata di struccante il rossetto rosso e mi metto l’appiccicoso lucidalabbra protettivo per la pelle screpolata. A una fila dietro il palco nessuno salta, io, in seconda(terza?) fila salto anche durante le ballate più malinconiche. Urlo. Alzo le mani instupidita. batto le mani. Schiocco le dita. Non faccio sognare nessuno. Ma il mio corpo si muove automaticamente. Mi giro a tratti, sono sempre presenti? Dove è il punto di riferimento, sembro uno tsunami in mezzo alla calma piatta. Poi mi rendo conto. Firenze è spocchiosa. Ma non giudica. Uso le curve altrui per appoggiarmi e sbandarmi, Manuel sputa, il pianto suo di saliva mi incendia. Mi giro di nuovo. Sento le mani. Piccoli pizzichi troppo innocenti. Devo fare lo show. Devo fare lo show. Piccola iena, vede uscire d sghembo dal retro/pulman Piero Pelù, grido: oddio Piero, i miei tutori capiscono Zio Piero e non lo dimenticheranno mai. Lo fermo piazzata stazionata all’uscita con la storia di mio padre svenuto al Denny Rock e lui che lo salva chiamando il 118. La foto ci è quantomeno dovuta, perché una stronzata simile non l’avrebbe mai sentita da nessuno tranne che da Betty Carbuncle, me la merito, me la merito, questa serata tutta nostra.
Scrivo ora, voltandomi e cercando mani, ed ecco arriva l’alba. Ti sei divertita, come stai? sto bene. Sto bene. Mi porto su un pacchetto di wafer non miei e un emmenthal strutto, che era la mia cena, che era la cena di qualcunaltro, rimedierò accarezzando da lontano lo spermatozoo cresciuto e morbido che dorme calma e tranquilla nel pullman giallo di Manuel.
Coming soon…

Il mio ultimo design su comissione, per un’ amica cara e collega ;P. Titty, ti piace lo stile? Scrivimi cosa ne pensi. E’ solo in fase di progettazione, per dare una direttiva grafica nel complesso. ( E stasera, concerto degli After)
Precipitare
E’ al tempo stesso, una forma di eccitazione. L’ineffabile eccitazione che si prova quando un disastro imminente promette di sollevarci di ogni responsabilità collegata alla vita. In quei casi, un senso di pudore costringe a darsi un contegno, lavarsi fino a screpolare la pelle e a restare immobili nella caduta. E’ il momento in cui il brutto e il bello svolgono più o meno la stessa funzione. Quando tutto ciò che guardi non è altro che un gancio a cui appendere le sensazioni scomposte del corpo, e i brandelli della mente.
Sangue, garofano e cannella
Quanto mi stanno tutti sul cazzo. Dormo e mi sveglio per pisciare e trovo la finestra di cucina aperta spalancata con il temporale che entra dentro a scroscio. Sento un dolorino alla gola che passo dopo passo verso il bagno diventa una vera e propria piaga-placca alla gola e alle bronchie. Accendo la luce e sveglio mio madre rincoglionita dall’EN che mi ruba ogni sera e gli dico cazzo mamma hai lasciato la finestra aperta! UUUUUUUUUUUm, sbiasciacato. Come risposta, dovevo stendere i panni. Eh, hai scelto la serata giusta, mà, si stanno asciugando al profumo di primule. E io ho sto cazzo di bronchite. Oltre che le bolle. Il ciclo. Ci voleva anche la pioggia acida e l’aria tempestosa che farebbe riscontro anche col respiro del gatto. E lo fa. Mi scaldo un vin bruleé improvvisato nella speranza che mi anestetizzi e sterilizzi la gola fino a domattina. Fa schifo, come tutto, sto stronzo di organo continua a battere colpi, e non per la strada, in compenso di soldi, ma da solo e conoscendone maledettamente il perché, anche da ubriaca fradicia, quello non passa.
Ricordi a breve termine
C’è una donna con un pigiama rosso a pecorelle bianche, che si è addormentata durante il colloquio col medico dell’ambulanza. Che era una donna. Che era, fanculo, mia sorella.










